Nel grembo spirituale non c'è solo la madre (2a parte)

Come già descritto nella prima parte, al momento del concepimento si attiva un campo di relazione amorevole ed empatico  tra feto e madre; questo campo di relazione si estende attraverso i primi nove mesi fino ad un anno di vita dopo la nascita. 

È importante comprendere che sebbene la madre provveda ai bisogni immediati del bambino, questo campo di accoglienza e relazione dove cresce il bambino è molto più vasto. Questo infatti include anche le risorse che sostengono e supportano la madre stessa, ossia il suo partner, gli amici, la famiglia che le sta attorno, la società in cui vive e la sua stessa storia, le circostanze della gravidanza, e infine, tutto il mondo che la circonda. 

Inoltre, anche tutto il sistema di valori della madre, i significati che questa dà alle cose, la natura delle sue risorse e le condizioni in cui si trova, diventano parti integranti del grembo spirituale. 

Aver fatto l’esperienza di un grembo amorevole e pronto a simpatizzare (rispondere) in maniera sicura, compassionevole, con comunione e con  nutrimento, genera nel bambino emozioni di connessione spirituale e un senso personale di benessere.

L’ambiente sicuro e accogliente del grembo spirituale pone infatti i presupposti per una internalizzazione sia di un senso proprio d’essere unificato, sia di un senso di benessere, che ne è la base. 

Il bambino si sente così sostenuto da un senso di accettazione e pronto a rispondere alla madre; viene fatta l’esperienza di un senso di benessere inteso come sostegno sia fisico che emozionale. Nel grembo spirituale infatti, alla presenza amorevole della madre, il bambino si conosce riflettendosi nell’essere materno e diviene così un essere personale. 

Tuttavia, se si viene a creare una rottura in questa accoglienza empatica, se il feto o il bambino vivono esperienze di rifiuto, di abbandono, di minaccia, o percepiscono delle emozioni negative che li sopraffanno, allora questo rispecchiarsi non può avvenire. L’esperienza coerente della Sorgente, dell’essere, e del Sé può venire disturbata e può apparire una ferita a livello dell’essere.

Quest’esperienza può immergere il piccolo in sensazioni di terrore, disperazione, e di vuoto, e in ultima analisi, può fargli vivere un’esperienza di annientamento e di non essere. (Lake 1979; Winnicott 1965).

Un utero spirituale centrato nel cuore, nell’amore, nella gentilezza amorevole supporta un attaccamento sicuro dove senti fiducia nelle relazioni mentre cresci e diventi. Chiunque tu diventi.(Franklyn Sills)

L’esperienza del feto nell’utero è quindi sia fisica che spirituale. Il grembo materno è un contenitore spirituale che ci aiuta a rimanere in questa forma, che ci permette di diventare corpo. 

Un processo straordinario che ripercorriamo con occhi stupiti ogni volta che guardiamo le forme dell’embrione, le sue incredibili trasformazioni attraverso cui si formano gli organi, le ossa e il sistema nervoso. 

Quel momento magico in cui il cuore prende posto al centro del corpo.

Nello sviluppo dell’embrione il cuore (e il diaframma respiratorio) si originano infatti al di sopra del cervello e hanno una dimensione ragguardevole in riferimento al cervello. Verso la 14-esima settimana il feto si raccoglie su se stesso (si inchina a sé) portando il cuore nella sua posizione definitiva, dopodichè cominciano a formarsi anche le mani che abbracciano il cuore.

Frank Lake riteneva che i primi tre mesi di vita nella pancia della mamma fossero determinanti per la vita delle persone. Tre mesi in cui si formano le idee fondamentali che abbiamo su noi stessi e su come è il mondo, ad un livello corporeo e preverbale. Le prime “metafore” sono infatti mute e sono scritte nella memoria cellulare e possono diventare schemi emotivi di base, modi in cui ci relazioniamo con gli altri, viviamo l’intimità, godiamo della vita.

La psicologia pre e perinatale considera il prenato e il neonato partendo dal suo punto di vista. I bambini per esempio sono fin da subito consapevoli di sé e degli altri e hanno i loro modi di comunicare. La cosa più straordinaria è che possono raccontare la propria nascita, o la vita prenatale, e farci capire di cosa hanno bisogno per guarire

“La nascita, è sempre un’esperienza molto intensa e anche dolorosa per il bambino”, spiega Matthew Appleton, “Se durante il parto il cranio ha subito una forte compressione, i bambini cercano di farcelo sapere in tutti i modi. Per esempio si toccano la testa sempre nello stesso punto e piangono perché il loro corpo ricorda. Per questo abbiamo imparato a distinguere il ‘memory crying’ dal ‘need crying’. Sono due pianti diversi e se uno si calma con il ciuccio, l’altro vuole qualcuno che lo ascolti e che lo accolga attraverso il contatto.”

Proprio per questa intensità, ogni evento che succede alla nascita o nel periodo prenatale, è altamente significativo per la persona. Diventa una parte molto importante della sua storia.

Le teorie contemporanee sulla memoria parlano infatti di un processo, di un divenire e di un ristrutturarsi continuo delle memorie. Possiamo considerare quelle prenatale e della nascita come memorie ad alta intensità e che per questo possono divenire schemi emotivi di base, una tendenza che si esprime in un comportamento, o in una reazione automatica.

Sempre secondo la psicologia pre e perinatale, è proprio nei momenti di transizione, nei cambiamenti che viviamo durante la vita (il cambiare casa, lavoro, la nascita di un figlio, ecc.), che questi pattern relazionali di base si possono riattivare. Potremmo così, per esempio, sentirci improvvisamente molto soli, con un senso di solitudine esistenziale che sembra arrivare da molto lontano, un senso di nostalgia per non si sa cosa. Oppure confusi e disorientati, o esausti, senza più forze.

Forse quegli stati d’animo risuonano con una memoria molto antica, una memoria delle nostre origini.

Nel viaggio della nascita attraversiamo diversi mondi, cambiamo forma innumerevoli volte, seguendo un disegno che ha contorni molto più vasti della nostra storia individuale. In ogni transizione c’è una sfida specifica da affrontare. Come abbiamo superato quella difficoltà? Come l’abbiamo vissuta? Era troppo per noi oppure siamo fieri per avercela fatta? 

Sono tante le domande che possono emergere in un processo esperienziale prenatale e di nascita, domande che ci riportano ai primi processi formativi e che possono riaprire i giochi. Intendo giochi cellulari ed emotivi, che ribaltano modelli non più funzionali per la nostra vita, schemi che sentiamo il bisogno di aggiornare.

Il bambino prenatale (il bambino non ancora nato, ancora nel ventre materno) è così estremamente vulnerabile per moltissimi motivi, che non sono né riconosciuti né ben distinti.

Bibliografia
Bloch, G. (1985). Body & Self. Elements of Human Biology, Behaviour, and Heath. Los Altos, CA: William Kaufmann, Inc.
De Zulueta, F. (1993). From Pain to Voilence. London: Whurr Publishers
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Emerson,W. (1995a). “The vulnerable Prenate.” Paper presented to the APPPAH Congress, San Francisco.
Emerson W.(1993) “Treatment Outcomes” Petaluma, CA: Emerson Training Seminars.
Emerson W. (1995/1996). Treating Birth Trauma during Infancy. 5 DVD
Laing, R.D. (1976). The fact of Life. New York: Pantheon Books
Madig, K., and McKelvey, C (1988). High Risk: Children without a Conscience. New York: Bantam Books.
Franklyn Sills (2018) Le basi della Biodinamica Craniosacrale – volume due

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