L'Hara

Hara

Nei vari gruppi di mindfulness che abbiamo tenuto proponiamo spesso la meditazione dell’Hara e spesso prima di una seduta di craniosacrale biodinamico propongo questa pratica prima di invitare il cliente a stendersi sul lettino.

Io stesso ho praticato e continuo a praticare questa pratica che mi porta in uno stato profondo di connessione.

Nelle tradizioni asiatiche l’Hara è un punto situato circa 2-3 dita sotto l’ombelico, definito come il nostro centro e sorgente della energia vitale.

Imparare a portare l’attenzione a questa zona permette di entrare maggiormente in contatto con il proprio corpo e di percepire i blocchi tipici di questa zona.

La posizione dalla quale è possibile riposare e osservare quello che ci accade è proprio il centro dell’Hara.

Essere nella testa e nei pensieri senza una connessione con il corpo e con il nostro centro perché “sconosciuto”, non ci permette di sentirci infatti nel nostro corpo e ben radicati; ci sentiamo un po’ persi, indecisi e con una costante sensazione di incertezza.

Questa meditazione è indicata per tornare al corpo e ritrovare il proprio centro e le proprie energie.

La meditazione è inoltre utile per chi non sente il respiro nella pancia o prova tensioni e dolori.

Nella pratica la meditazione dell’Hara è composta da due fasi.

Durante la prima fase si effettua una rotazione del busto in senso antiorario, in un movimento continuo ed armonico, in grado di facilitare l’accumulo di energia all’interno dell’Hara.
Nella fase successiva, da fermi, si cerca il proprio senso di verticalità e da questa posizione può iniziare una vera e proprio esplorazione di noi stessi.

Grazie all’energia accumulata nell’Hara durante la prima fase, diverrà più semplice esplorare la sensazione di sostegno che ci arriva dal corpo, la colonna vertebrale e quindi il nostro radicamento e la nostra centratura, il cui centro è proprio sotto l’ombelico.

Dal libro “La fonte inesauribile” di A.H. Almaas1

Il centro della pancia, chiamato anche hara o kath, è il centro in cui si radica la vita reale, il cuore dell’attività che trasforma un’idea o una sensazione in azione e impegno nella vita materiale. È attraverso questo centro che mettiamo in atto le nostre idee e quel che sentiamo. Ciò non significa che dobbiamo provare una sensazione particolare nell’area del ventre, anche se a volte può accadere ma, piuttosto, che le nostre azioni esprimono spontaneamente questa forza, sia essa, o no, percepita nel ventre. Quando il desiderio d’illuminazione si esprime attraverso il centro della pancia, l’impulso a praticare ha la possibilità di diventare continuo, stabile e impeccabile. Cominciamo a capire di essere noi i responsabili della nostra vita; non nel senso di dover fare qualcosa, ma di riconoscere con gioia qual è la nostra responsabilità.

Sviluppiamo la concentrazione focalizzandoci sul punto Kath, chiamato in altre tradizioni hara o tan-t’ien. Una volta stabilizzata la concentrazione, abbandoniamo quel punto e ci lasciamo semplicemente essere. Questo è il principio del non fare. Quando ci lasciamo andare e semplicemente siamo, se riusciamo a mantenere la concentrazione, sperimentiamo – siamo – chiarezza e quiete. Questo stadio del non fare in cui siamo semplicemente chiari e quieti, lo definisco ‘samadhi dell’ossidiana’.Quando la chiarezza e la quiete del non fare si fondono spontaneamente con il dispiegarsi dinamico della rivelazione, del discernimento e della comprensione, il non fare raggiunge il ‘samadhi del diamante’. Qui il non fare include l’intuizione e la comprensione. L’intuizione è chiara e netta, ma è ancora samadhi, nel senso che siamo sempre nello stato della Vera Natura. La realizzazione include non solo chiarezza, ma anche chiara intuizione e comprensione 

1A. H. Almaas pseudonimo di A. HAMEED ALI è nato in Kuwait nel 1944, ha studiato fisica alla University of California, Berkeley, prima di scegliere di dedicarsi interamente all’indagine degli aspetti psicologici e spirituali della natura umana.
Ha conseguito in seguito un dottorato in psicologia specializzandosi in terapia reichiana.
È fondatore del Diamond Approach, sviluppatosi dall’incontro tra gli antichi insegnamenti spirituali e le moderne teorie psicologiche.
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